Bimbo pisano morto in casa famiglia ad Arezzo: confermate le condanne in appello

La triste vicenda risale al 2011. La recente sentenza condanna un assistente sociale di Pisa e l'educatore responsabile della Casa Thevenin, istituto dove la madre del piccolo era stata destinata con il figlio

"Siamo soddisfatti per la conferma delle condanne. Si dice finalmente che almeno un po' di ragione la avevamo". Nulla potrà cancellare la tragedia avvenuta nel 2011 ad Arezzo, ma la pronuncia del giudice almeno aiuta i familiari del piccolo Diego ad affrontare il dolore ed andare avanti. A parlare è Maria Rosa Chiesa, nonna paterna del bambino che morì tragicamente circa 8 anni fa presso l'istituto 'Casa Thevenin', apprezzata struttura aretina per il sostegno ed il recupero di persone in difficoltà. Quella mattina di giugno, però, qualcosa non funzionò.

La Corte di Appello di Firenze ha confermato lo scorso 15 febbraio quello che aveva deciso in primo grado nel 2017 il Tribunale di Arezzo: sarebbe stata necessaria una maggiore vigilanza nei confronti della mamma del piccolo. Ad essere condannati sono stati un educatore professionale dell'istituto, l'allora responsabile della sottodivisione 'casa madre-bambino Miriam', ed un assistente sociale di Pisa, che seguiva il bambino della giovanissima coppia pisana. Confermato un anno di pena per l'educatore, sei mesi per l'assistente sociale. Confermati anche i risarcimenti: 250mila euro al padre del piccolo, 140mila ai nonni e 80mila alle zie.

La tragedia si consumò nella stanza affidata alla madre ed al bambino. La giovane aveva problemi di dipendenza. Ancora dormiva quando Diego si svegliò e trovò del Subutex, metadone. Lo ingerì. La successiva corsa in ospedale fu purtroppo vana. Inizialmente sotto processo finì solo la madre, che patteggiò due anni. Poi si aprì la lunga vicenda giudiziaria, grazie all'interessamento dei nonni.

"All'epoca i giovani genitori - racconta Maria Rosa - non furono ritenuti adatti a crescere il bambino dai servizi sociali. Si fece richiesta di affidamento noi, ma fu respinta. Venne scelta questa casa famiglia ad Arezzo e alla fine fummo contenti che il piccolo potesse avere la possibilità di vivere con la madre. Poi dopo un anno è successo quello che è successo". E' servito tanto impegno per far luce sulla vicenda: "Eravamo convinti che non ci fosse solo la responsabilità della madre. Con mio marito avremo fatto qualcosa come 100 esposti a varie istituzioni. Alla fine, come per miracolo, una mia lettera al Ministero di Giustizia fu presa in considerazione. Il Ministero così chiese spiegazioni ed alla fine la Procura di Firenze avocò il caso".

Partì il processo, "ma i tempi furono lentissimi. Sono grata alla Polizia di Arezzo, la cui attività investigativa ha messo bene in luce le carenze che si erano verificate". Il processo proseguirà in Cassazione, in quanto l'avvocato dell'educatore ha annunciato ricorso. "Indipendentemente dal risultato processuale che poi sarà, visto che si avvicina anche la prescrizione, siamo felici che alla fine sia emersa la verità. Anche se in molti momenti è stata dura".

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