Ippica, corse truccate: anche un centro analisi pisano finisce nell'inchiesta

La Procura di Potenza ha condotto l'inchiesta che ha portato alla scoperta di una vera e propria associazione per delinquere che utilizzava doping sui cavalli per farli correre più velocemente. Il centro analisi truccava i risultati dei controlli sui cavalli

Un vero e proprio giro di scommesse truccate che comprendeva anche doping per i cavalli che dovevano correre all'impazzata e vincere per far incassare i soldi. Tutto questo era orchestrato non da un singolo proprietario, o da un semplice driver, ma da una vera e propria 'rete' che aveva un suo 'uomo' in ogni settore: accanto agli scommettitori e agli allenatori infatti, secondo l'inchiesta condotta dalla Procura di Potenza e dalla Polizia, c'erano anche veterinari, gestori di laboratori di analisi, e addirittura un componente delle forze dell'ordine, chiamato a vegliare su eventuali indagini.

Sono 17 le persone per le quali il pm, Anna Gloria Piccinini, ha chiesto il rinvio a giudizio, su una ventina di indagati (l'udienza preliminare si svolgerà il 24 settembre), accusate di far parte di un'associazione per delinquere che, tra il 2006 e il 2007, ha alterato il risultato di 26 gare ippiche per pilotare le vincite delle scommesse legate alle corse. Le indagini nascono da una 'costola' dell'inchiesta che portò all'arresto di Vittorio Emanuele di Savoia, il 16 giugno 2006, condotta dall'allora pm di Potenza, Henry John Woodcock. La banda, che era composta anche da alcuni 'tasselli' pisani, aveva nel driver Enrico Bellei un presunto 'capo', e orbitava attorno a un 'facoltoso' concessionario di auto di Viareggio, che rendeva 'fruttuose' le notizie ricevute dalle scuderie convertendo le scommesse da migliaia di euro.

Ma il metodo usato non era quello della 'Mandrakata', secondo i 'furbi' dettami del celebre film con Gigi Proietti, bensì una precisione quasi chirurgica nell'applicazione del doping, nel coordinamento tra i complici, e nella difesa da controlli sanitari e investigativi. Nulla trapelava all'esterno: tutti usavano il massimo scrupolo per celare la truffa al mondo delle corse. L'unico errore che hanno commesso era quello di parlare liberamente, e tanto, al telefono. Le intercettazioni hanno infatti permesso agli inquirenti (le indagini sono state fatte dalla Squadra mobile della Questura di Potenza, dalla Polizia stradale, dal servizio centrale operativo della Polizia e dalla Squadra mobile di Firenze) di ricostruire il fitto legame tra gli indagati. Si coinvolgevano infatti i proprietari delle scuderie, e poi i driver e gli allenatori: grazie alla consulenza di un veterinario, gli animali venivano dopati (é proprio il caso di dirlo) con dosi da cavallo di particolari farmaci, per poter vincere i concorsi ippici. Se necessario, dopo venivano anche 'curati' per evitare che dai controlli emergesse qualcosa di sospetto. Se questo non accadeva, erano gli stessi controlli a essere truccati, grazie alla collaborazione di un centro di analisi di Pisa. E se, infine, anche questo non era sufficiente a evitare grane, ecco pronto un rappresentante delle forze dell'ordine, poi sospeso dal servizio, chiamato a fare da talpa e avvisare la banda su investigazioni e accertamenti giudiziari. Le corse falsate si sono svolte negli ippodromi delle province di Trieste, Modena, Firenze, Bologna, Padova, Torino, Milano e Foggia: a ogni arrivo, i 'fortunati' vincitori delle Tris (così poi è stata denominata l'inchiesta) si sono ritrovati in tasca centinaia di migliaia di euro. E gli unici a perdere, alla fine, sono stati proprio i cavalli. (fonte Ansa)

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