Lavoratori sfruttati a Bientina: nel giro di affari anche un appalto pubblico nel settore difesa

Proseguiranno gli accertamenti di Finanza e Procura sulla rete di affari in subappalto che circolava intorno all'impresa che teneva in condizioni precarie 20 dipendenti

Da sinistra il Colonnello Franzese ed il Procuratore Capo Crini

E' ancora tutta da capire la portata economica del giro d'affari che aveva come fulcro l'impresa gestita dal 33enne cinese arrestato stamani a Bientina. L'uomo è accusato di sfruttamento del lavoro dalla Guardia di Finanza: nel capannone in affitto di via Volta operavano 20 dipendenti, pakistani e cinesi, sottopagati ed in condizioni igienico-sanitarie precarie, per confezionare cinture, borse ed accessori. Gli stessi dipendenti vivono a due passi, nell'edificio accanto, con l'azienda che spesso operava anche di notte. 

Sarà il legame con la grande industria ad essere ora indagato, perché, come ha rilevato il Procuratore Capo della Procura di Pisa Alessandro Crini, "ci sono tracce evidenti di lavoro in subappalto di aziende che hanno commesse rilevanti, marchi importanti, fino ad appalti pubblici". Un appalto pubblico in particolare riguarderebbe il settore della difesa, si parla di parti in cuoio di divise militari. Sono 17 le società che affidavano lavori all'impresa intestata alla madre dell'arrestato: sono state perquisite e necessariamente saranno ulteriormente oggetto di accertamenti. "Vogliamo capire - conclude Crini - se c'è una metodica in questo sistema o se si sia trattato di un caso isolato".

L'indagine vera e propria è partita circa un anno fa, dopo uno dei vari controlli che la Finanza svolge sulla regolarità delle attività. Gli accessi dei militari si sono poi susseguiti. "Abbiamo ricostruito come - spiega il colonnetto Giancarlo Franzese - dopo i nostri controlli, l'imprenditore abbia agito minacciando i dipendenti e cercando di prendere provvedimenti per non essere scoperto. Ad esempio dopo che abbiamo trovato delle carte che testimoniano gli orari fatti dai lavoratori, 8-20, ha intimato di non usare più i documenti cartacei ma messaggi Whatsapp. Oppure abbiamo registrato la pratica di pagare con assegni i dipendenti, andare con loro in banca a riscuotere la busta paga, per poi riprendersi oltre metà del denaro".

A collaborare per le indagini in particolare sono stati 4 pakistani, che avevano bisogno del contratto formale per poter richiedere asilo politico: "Sono quelli che ci hanno aiutato maggiormente - continua Franzese - erano sotto minaccia dell'imprenditore, diceva loro che si sarebbe accorto se avessero parlato vedendo il verbale finale dell'indagine. Infatti sono stati poi licenziati. L'impresa, formalmente intestata alla madre, ancora va avanti. Stamattina pronto ad entrare abbiamo trovato un altro pakistano, che ci ha confermato quanto hanno raccontato i colleghi".

Il 33enne arrestato si occupava da anni di attività di questo genere, avendo in passato già aperto e chiuso altre imprese. La ditta attuale era operativa da 3 anni. "Quello che sottolineiamo - ha concluso Franzese - è che queste operazioni vanno a tutela degli imprenditori onesti. Perché è chiaro che se produci ad un costo del 70% inferiore, non avendo gli alti costi per mantenere il luogo di lavoro sicuro e salubre, vai ad alterare il mercato a danno di chi le regole le rispetta". 

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