Le università possono essere aperte

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di PisaToday

La Rosa Bianca di Pisa, comunità antifascista, personalista e democratica, raccoglie il dibattito sul ruolo dell’Università nel futuro segnato dalle cicatrici della pandemia e, nel rispetto dei ruoli pubblici, pone un punto di vista. Il Rettore dell’Università di Pisa, prof. Mancarella, ha scritto di recente che l’Ateneo “ha una gran voglia di ripartire ed è pronta a farlo, ma (..) trovo irresponsabile e ingannevole lanciarsi in affermazioni in cui si afferma ‘tutti in aula’ da subito, senza spiegare come”. È un ragionamento di cautela algebrica: a conti fatti, le studentesse e gli studenti non possono essere ospitati, a debita distanza di sicurezza sanitaria, negli attuali spazi universitari. A parte la domanda naturale su quanto allora debbano essere “responsabili” tutte le altre università e il Ministero, che ha annunciato per il 14 settembre la ripresa in presenza dell’anno scolastico - sempre con le dovute accortezze - proviamo a porre alcuni temi.

In primo luogo, è un aspetto della terza missione dell’università. Da non distorcere nella visione puramente identitaria - sottotesto del sindaco Conti e della destra - né tanto meno nella mera ricchezza materiale indotta dalla presenza studentesca - anima della posizione di Confcommercio - che, pur concreta per la vita di tanti piccoli e medi esercizi della nostra città, è immorale agitare a targhe alterne, tra una condanna della “mala-movida” e la preghiera per la permanenza in città di migliaia di fuorisede. Terza missione implica riunioni non estemporanee della Conferenza Università-Territorio, una condotta condivisa tra i tre atenei pisani, dei quali la Scuola Normale ha programmato una parziale ripresa di attività in presenza tramite un portale digitale di prenotazione spazi. Significa rotazione nelle presenze in molte più aule, più lavoro (pagato!) per più docenti e ricercatori, pianificazione congiunta tra Enti per preservare un atteggiamento prudenziale: pensando all’uso dei troppo numerosi spazi sfitti e inutilizzati in città, lavoro che sarebbe giusto svolgere, nelle tragiche necessità della pandemia. In secondo luogo, il diritto materiale agli studi. Le studentesse e gli studenti non sono borse di denaro a due gambe, ma persone. Lo studio in spazi aperti va di pari passo con il bisogno di rimodulare, in senso ancor più progressivo e con benefici legati al tempo, la contribuzione: la sovrapposizione nelle difficoltà della vita domestica di vita lavorativa, studio e relazioni porta esplosione materiale delle persone, disagi psicologici. O, più semplicemente, sovraccarico di banda digitale, fatto che apre il discorso dell’accesso materiale al digitale su reti e piattaforme (ancora) private. In terzo luogo, il diritto ad un lavoro dignitoso: università significa rete di lavoratrici e lavoratori, collaborazioni part time, cooperative, precarietà diffuse, phd e post-doc. Si potrebbe dire che “il problema non dipende da Pisa”: si ponga il tema al Ministero e alla CRUI, per evitare indegne indifferenze. Infine, il ruolo sociale dell’università e della ricerca. Il centrodestra (riforma Gelmini) ha ridotto alla dimensione aziendale e manageriale gli Atenei. Efficienza, tagli, precarietà, verticalizzazioni del potere gestionale: una visione che contrastiamo e che auspichiamo le forze progressiste e il Governo contestino alla radice, oltre al pur giusto ri-finanziamento disposto nei recenti decreti.

Caro Rettore, riapriamo, dunque, l’Università: si può fare. Ci opponiamo all’università telematica pro tempore e alla smaterializzazione del lavoro della conoscenza. Riapriamo, con la giusta prudenza, negli spazi fisici a Pisa e nel senso sociale e politico. Peggio di una pandemia, come detto da Papa Francesco, c’è solo non aver imparato nulla.

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