Ordinanza antidegrado, Dario Danti va avanti: ricorso al presidente della Repubblica

L'ex assessore schierato contro il provvedimento del sindaco Conti che vieta di sedersi per terra. Parte la raccolta fondi per presentare ricorso

Dario Danti seduto sul colonnato della Chiesa di Santo Stefano in piazza dei Cavalieri

Dario Danti non si ferma e prosegue la sua lotta contro l'ordinanza antidegrado che vieta di sedersi sui gradini delle chiese o in strada. Dopo aver 'beccato' una multa qualche settimana fa in piazza dei Cavalieri per essersi seduto davanti alla chiesa di Santo Stefano, l'ex assessore alla Cultura del Comune di Pisa ha portato avanti la sua 'crociata' per dire no al provvedimento emesso dalla Giunta Conti che vieta, secondo Danti, di vivere le piazze pisane.
L'ex assessore, dopo un flash mob davanti a Palazzo Gambacorti con una seduta collettiva combattuta dal Comune a suon di spruzzi di idropulitrici, dopo aver incontrato il sindaco (ognuno è rimasto sulle proprie posizioni) e dopo aver raccolto l'idea lanciata dalla Rete degli Studenti Medi e dall'Unione degli Universitari per tenere lezioni direttamente in piazza, aggiunge un altro tassello alla battaglia.
Ha infatti deciso di presentare ricorso al presidente della Repubblica Sergio Mattarella "contro l’ordinanza leghista assurda e dannosa che vuole una città-coprifuoco".

La parola ai cittadini: cosa ne pensano i pisani?

"Le spese per il contributo unificato sono di 650 euro - afferma Danti - per chi vuole sostenere questo ricorso ho avviato una raccolta fondi per chiedere l’annullamento dell’ordinanza n. 36 del 28 settembre 2018".

Danti riassume le motivazioni alla base del ricorso: "L’ordinanza è in palese contrasto coi principi costituzionali; è una violazione e falsa applicazione di legge: art. 50 D. Lgs. 267/2000, in particolare per difetto dei presupposti di contingibilità ed urgenza - sottolinea - si configura come eccesso di potere per carenza di motivazione, illogicità manifesta, arbitrarietà, irragionevolezza, difetto dei presupposti di proporzionalità e di adeguatezza, grave ingiustizia; e infine l’ordinanza viola i principi di buon andamento ed efficienza dell’azione amministrativa di cui all’art. 97 della Costituzione".

"La Corte Costituzionale ha più volte sottolineato, come condizione fondamentale, che le ordinanze contingibili e urgenti sono da ritenersi compatibili con la Costituzione solo se fronteggiano concretamente situazioni eccezionali che non possono essere affrontate e risolte mediante l’esercizio delle competenze e degli ordinari poteri amministrativi - rileva Danti nel ricorso al presidente Mattarella - nell’atto del sindaco del Comune di Pisa non è rinvenibile una chiara motivazione in ordine all’impossibilità di agire attraverso gli ordinari mezzi amministrativi, né è rinvenibile una chiara motivazione sul nesso di causa ed effetto tra il cosiddetto 'degrado' e le norme sospese, ossia sull’efficacia del divieto di sedersi in buona parte del centro cittadino rispetto al contrasto al degrado. L’ordinanza appare in contrasto con i principi costituzionali e i diritti dell’uomo inerenti la sfera della libertà personale, della libertà di riunione, della libertà di circolazione che appaiono irragionevolmente compressi".

Per l'ex assessore mancano inoltre i presupposti di contingibilità e urgenza, "non è dato intendere - afferma - quale concreta esigenza di pericolo, quale emergenza, contingente e urgente, si possa contrastare imponendo il divieto di seduta su gradini o soglie del centro storico di una città, a meno che, in modo assurdo, non si voglia sostenere che il sedersi su soglie o gradini, di per sé, sia un fatto pericolosissimo che necessità un rapido intervento proibitivo in quasi tutto il centro storico pisano".
Per l'insegnante del liceo 'Dini' inoltre non sarebbero espresse in modo chiaro e puntuale le ragioni che stanno alla base del provvedimento emanato dal sindaco, con "ampio uso di espressioni vaghe e indeterminate e tutto ciò va a determinare una motivazione incerta, incongrua, carente".
Infine Danti argomenta la sua contrarietà all'ordinanza facendo riferimento allo spazio fisico in cui essa viene applicata. "I parametri di economicità, efficacia ed efficienza sono destinati a soccombere sia per l’area di applicazione vastissima, impossibile da controllare sette giorni su sette e ventiquattro ore al giorno, sia per gli obiettivi da raggiungere in quanto non si riesce a comprendere quale correlazione ci sia tra il divieto di seduta e la scomparsa del degrado urbano". "Appare irrealistico e irragionevole un dispiego così imponente di risorse per impedire alle persone di sedersi, mentre sarebbe stato più conforme al principio di buon andamento della pubblica amministrazione una preventiva e attenta mappatura diversificata dei vari bisogni di vivibilità del centro cittadino e dunque risposte puntuali e differenziali, non certo un’ordinanza, quale la n. 36, che risulta generica e indeterminata, dunque sviando dal proprio fine istituzionale per imporre un assurdo quanto inefficace stile di vita cittadino dove è vietato sedersi praticamente in tutto il centro storico, tutti i giorni e qualsiasi ora del giorno e della notte".

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