Sposa-bambina, assolti dalle accuse più gravi: è scontro tra Comune e Africa Insieme

In primo grado i giudici pisani hanno assolto tutti gli imputati dalle accuse più gravi (violenza sessuale e riduzione in schiavitù) condannandoli solo per il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina

Una sentenza che smonta le accuse nel caso della cosiddetta 'sposa bambina', la ragazza di 15 anni kosovara 'comprata' da connazionali e costretta a sposare un coetaneo nomade del campo di Coltano (Pisa). Nessuna violenza sessuale di gruppo. Nessuna riduzione in schiavitù, né alcuna tratta degli esseri umani. Nessun maltrattamento su minorenne. Nessun matrimonio forzato. Per quella vicenda avvenuta più di tre anni fa la Squadra Mobile arrestò l'intero clan dello sposo, che è sotto processo davanti al tribunale minorile di Firenze, ma in primo grado i giudici pisani hanno assolto tutti gli imputati dalle accuse più gravi (violenza sessuale e riduzione in schiavitù) condannandoli solo per il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.

Nonni e genitori dello sposo sono stati condannati a 5 anni di reclusione più 15 mila euro di multa, mentre gli zii del baby marito hanno avuto una condanna più grave a sei anni di reclusione più 30 mila euro di multa perché furono loro, materialmente, ad andare prendere la ragazzina in Kosovo per accompagnarla a Coltano, dove fu poi celebrato il matrimonio secondo la cultura rom. Per l'accusa la quindicenne kosovara fu 'comprata' dai rom e poi ridotta a essere una schiava dagli uomini e le donne della famiglia del giovane sposo. Secondo gli inquirenti il clan voleva riservare lo stesso trattamento alla sorella della baby sposa e ad un'altra ragazzina. La prima però non è mai giunta in Italia, nonostante le pressioni sulla sua famiglia da parte del clan dei nomadi finito sotto processo, l'altra invece stava per essere data in moglie a un coetaneo rom, ma il blitz della Polizia, avvenuto nell'ottobre 2010, la salvò e la minore fu ospitata in una struttura protetta.

"Si tratta di una condanna che cambia radicalmente il senso del processo - afferma l'associazione Africa Insieme - era stato disegnato un quadro fatto di rom primitivi e violenti, dediti allo sfruttamento dei minori e al maltrattamento delle donne; una comunità in cui i matrimoni sono forzati e la volontà delle spose è calpestata. Un vero e proprio catalogo dei peggiori pregiudizi sui rom. Oggi, quel che resta di queste accuse è il semplice ingresso irregolare in Italia. Un reato che non configura una violenza sulle persone, e che dipende da semplici fatti amministrativi". 

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"Ma ciò che è più grave in questa vicenda - proseguono da Africa Insieme - è il coinvolgimento del Comune di Pisa e della Società della Salute. Sin dall’inizio, gli amministratori di questa città hanno utilizzato il processo per diffondere veleni sulla comunità rom. Il Comune ha condannato gli imputati prima ancora della sentenza: ricordiamo che una giovane donna è stata sfrattata con i suoi cinque figli (l’ultima di appena sei mesi) perché coinvolta nella vicenda processuale. Noi chiediamo che sia restituita la dignità a persone che per mesi sono state ingiustamente umiliate. Chiediamo al Comune di rispettare la Costituzione, e quindi di revocare tutte le misure punitive a carico degli imputati (a partire dagli sfratti), finché non si giungerà alla fine dei tre gradi di giudizio: è l’unico modo per rimediare ai gravi danni, materiali e morali, inflitti a queste famiglie".

Ma non sembra invece deciso a fare un passo indietro il Comune di Pisa che in un comunicato conferma, per la famiglia che fu assegnataria della casa minima di Coltano, la revoca della concessione dell’alloggio per la violazione del patto di legalità sottoscritto al momento dell’assegnazione.

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