"Il Gioco del Ponte non è sport: è storia di Pisa". Ce lo spiega Francesco Capecchi

L’esperto della tradizione e della cultura pisana ci spiega perché il Gioco del Ponte non può essere ricondotto a semplice disciplina sportiva. Oltre all’onore delle due parti, si gareggia per celebrare la grandezza di Pisa

"In tanti mi chiedono cosa sia il Gioco. E molti commettono l’errore di inserirlo nell’elenco delle discipline sportive: niente di più sbagliato". Lo spiega con parole semplici, ma i toni utilizzati da Francesco Capecchi, esperto e appassionato della storia cittadina e delle tradizioni e della cultura popolare di Pisa, sono fermi e decisi. "Il Gioco del Ponte è quanto di più lontano dallo sport, come viene comunemente definito oggi, possa esistere. L’importante per chi vi prende parte non è partecipare: ciò che conta è soltanto vincere". Attenzione però a non cadere nella facile tentazione di spostare il fulcro della nostra valutazione verso il fanatismo: chi partecipa all’organizzazione, allestimento e svolgimento del Gioco non è un 'integralista' volto all’esclusiva esaltazione dell’agonismo.

"Il Gioco del Ponte è prima di tutto amore, rispetto e tutela verso la propria città - spiega Capecchi - la partecipazione è totalmente spontanea, volontaristica e gratuita. Anzi, spesso ci si rimettono diversi soldi", afferma con un pizzico di ironia l’esperto. Lo splendido corteo storico con centinaia di figuranti e le battaglie sul carrello posizionato sul Ponte di Mezzo sono quindi la periodica esaltazione della Pisa che fu: centro nevralgico del commercio e della ricchezza medievale, punto di riferimento della cultura per gran parte del bacino del Mediterraneo.

Eredità storica

"Pisa fu una delle più grandi e illustri eredi dell’Impero Romano - prosegue Capecchi - fior fior di studiosi, scrittori e storici moderni e contemporanei hanno immortalato la città attraversata dall’Arno come regina del Mediterraneo". "Ecco perché il motto del gioco è sempre attuale e non è una forzatura". Francesco Capecchi si riferisce alla frase "vinca Tramontana o vinca Mezzogiorno, sempre Pisa vincerà", recitata sempre a corredo della dichiarazione di guerra consegnata dagli ambasciatori delle due parti all’avversario prima dell’inizio della battaglia sul ponte.

La storia del Gioco si perde quindi nel Medioevo e nella Pisa che dominava il Mediterraneo ai tempi della Repubblica Marinara. "In origine era il Gioco del Mazzascudo - spiega Capecchi - i combattenti delle due parti davano vita a un vero e proprio scontro militare". Ecco spiegata quindi la convinzione dell’esperto riguardo ad un Gioco che non è sport: in origine le tattiche prese in prestito dai campi di battaglia facevano la differenza. Dopo essere stato spostato sul Ponte di Mezzo e aver fornito i combattenti del targone per le loro battaglie, a inizio 1800 il Gioco venne sospeso dai Granduchi di Toscana a causa della cruenza dei combattimenti. Soltanto a partire dal 1935 il Gioco del Ponte tornò ad essere svolto grazie alla spinta della Federazione Fascista, attenta alla riscoperta e riproposizione delle tradizioni popolari della penisola. "Le edizioni che andarono in scena sotto al controllo del regime furono quelle degli anni ’35, ’37 e ’38. Poi venne la guerra mondiale e la devastazione dei bombardamenti alleati che praticamente azzerarono la città", prosegue Capecchi.

"Grazie alla volontà del sindaco Italo Bargagna e all’impegno di un’istituzione della storia cittadina come Ferruccio Giovannini - continua l’esperto - il Gioco del Ponte tornò ad essere disputato. Intervenne però un’altra catastrofe: l’alluvione del 1966, che forzatamente impose la sospensione dell’attività". Grazie ai sacrifici di molti altri appassionati e cultori della tradizione pisana, nel 1982 il corteo storico e poi i combattimenti tornarono sui Lungarni e sul Ponte di Mezzo. "Notti intere trascorse a rammendare e cucire i vestiti dei figuranti - racconta con orgoglio Capecchi - tutti riuniti nei magazzini dell’Itis in via Contessa Matilde. Non mancavano ovviamente le tensioni e le litigate in famiglia (ride, ndr): le ore sottratte ai nostri cari erano tantissime. E anche i soldi che uscivano dalle nostre tasche erano parecchi. Ma rifarei tutto: ne va dell’orgoglio di sentirsi pisani e di custodire la memoria storica della nostra città".

Educazione alla pisanità

E proprio riguardo all’orgoglio e all’educazione alla pisanità Capecchi riserva l’ultimo capitolo del viaggio ideale all’interno del Gioco. "Ho la sensazione che per qualche amministratore il Gioco del Ponte sia più un peso che un vantaggio. Dico questo senza partigianeria: in tutti i partiti c’è chi ha a cuore Pisa e le sue tradizioni, e chi invece ci tiene poco. Ma sta nella normalità dei fatti". Secondo l’esperto però molto può e deve essere fatto per far capire alle nuove generazioni cosa significhi essere pisani e quale bagaglio culturale si eredita dal passato: "Anche il Gioco fa parte della nostra storia. Al di là di chi vince la battaglia sul Ponte di Mezzo, è un momento da celebrare con la giusta importanza. Bisognerebbe trovare le parole e i metodi corretti per trasmettere un messaggio di amore verso la città. Non si può pensare di ‘vendere’ il prodotto ai turisti e a chi viene da fuori, se prima tutti i pisani non sono coinvolti pienamente in questa manifestazione".

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