Sui cosiddetti "Consigli Territoriali di Partecipazione"

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di PisaToday

I cosiddetti “Consigli Territoriali di Partecipazione” sono stati inventati dal Comune di Pisa dopo l’abolizione delle circoscrizioni. Nei CTP, però, i consiglieri non sono eletti da nessuno, bensì nominati dai vertici dei partiti, in contrasto con ogni minima logica di democrazia. Questo proprio mentre a livello nazionale si contestano le liste elettorali “bloccate”, scelte dall’alto senza possibilità per gli elettori di esprimere preferenze, e il sistema della rappresentanza dei partiti vive da tempo una profonda crisi: Pisa dà un pessimo esempio.
Il problema è che i cosiddetti CTP, nominati con tali criteri, assurgono – specie nei rapporti col Comune stesso – a rappresentanti privilegiati, se non unici, della volontà di tutto un quartiere, per cui per l’Amministrazione un incontro con il CTP diventa “abbiamo dialogato con il quartiere”; inoltre, poiché i membri dei CTP sono in massima parte emanazione dei partiti della maggioranza, tali incontri rischiano di essere piuttosto la ratifica di decisioni già prese, con tanto di presunta legittimazione sul territorio. Comunque, quale che sia l’opinione o la voce di un CTP, non è chiaro quale valore questa abbia: una ambiguità forse voluta, per poterla considerare solo quando fa comodo?
Da parte loro, vari consiglieri messi dai partiti nei CTP prendono assai seriosamente il loro ruolo e si elevano a rappresentanti istituzionali, senza essere mai passati per alcuna legittimazione pubblica da parte dei presunti rappresentati (e senza che i CTP stessi siano istituti previsti da alcuna legge o ordinamento dello Stato), e come tali vengono spesso trattati dalle istituzioni e dai media, attraverso i quali trovano canali privilegiati e appaiono spesso parlare “ex cathedra” senza che però ci sia alcuna “cathedra”. Le loro opinioni contano infatti non più di quelle di qualsiasi cittadino, e come tali dovrebbero essere considerate.
Non si comprende come la nomina di una cerchia ristretta di persone possa significare “partecipazione”. Se davvero ci si vuole dotare di strumenti per favorire la partecipazione democratica, si istituiscano, ad esempio, assemblee di quartiere in cui i cittadini tutti possano dialogare fra loro e con l’Amministrazione, in cui si cerchino insieme soluzioni ai problemi e i rappresentanti istituzionali siano chiamati a rispondere pubblicamente del proprio operato.

Michele Serveto

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