Coronavirus, che cos'è il tampone faringeo: come funziona e quando deve essere fatto

Si parla molto dei tamponi in questi giorni, ma che cosa sono? E come si fanno? Il tampone faringeo è lo strumento che viene utilizzato per verificare il contagio

Da oggi, mercoledì 26 febbraio, si faranno "i tamponi soltanto ai soggetti sintomatici e che hanno altre caratteristiche che aumentano il loro rischio". Lo ha detto a 'Porta a Porta' Walter Ricciardi, consigliere per le relazioni dell'Italia con gli organismi sanitari internazionali.

"Una persona che non ha tosse, non ha febbre, non ha raffreddore e che non ha fattori di rischio e cioè non è stata in Cina e non ha avuto contatti con i nostri focolai, il tampone non lo dovrà fare".

Coronavirus, che cos'è il tampone faringeo

Si parla molto dei tamponi in questi giorni, ma che cosa sono? E come si fanno? Il tampone faringeo è lo strumento che viene utilizzato per verificare il contagio. Il test permette di analizzare la mucosa della faringe: il tampone consente di raccogliere nel cavo orale i campioni nei quali poi sarà cercata l'eventuale presenza di copie delle particelle del virus.

In parole semplici e senza tecnicismi, il tampone faringeo è un lungo cotton fioc, una sorta di bastoncino con un'estremità ricoperta di cotone. Per poter analizzare la mucosa, il tampone viene introdotto nella bocca del paziente. Pare superfluo segnalarlo, ma ovviamente non si tratta di un esame lungo, né doloroso: in pochi secondi muco e saliva vengono prelevati e la percezione è al massimo di un lieve fastidio.

Una volta che è stato raccolto il materiale genetico, il tampone viene immediatamente immerso in un gel specifico e spedito a uno dei laboratori italiani specializzati per la ricerca del coronavirus: all'ospedale Spallanzani di Roma, al Sacco di Milano o al San Matteo di Pavia. È infatti qui che i tecnici analizzano il campione per cercare eventuali porzioni di codice genetico del coronavirus. 

A questo punto se l'esito del test è positivo, si procede con un ulteriore test: il protocollo prevede una seconda verifica che può confermare, stavolta in modo definitivo, il contagio del nuovo coronavirus.

Essere positivi al tampone non vuol dire essere malati

Pierpaolo Sileri, viceministro alla Salute a Rai Radio1 (Radio anch'io), ribadisce per l'ennesima volta: "Essere positivi al tampone non vuol dire essere malati"

"La nostra politica è stata quella di circoscrivere e conoscere, quanto più possibile, il territorio dove è partito il contagio. Il virus nella maggior parte dei casi è asintomatico, nell’85% dei casi i sintomi sono minimi o inesistenti, in pochi casi è necessario il ricovero in ospedale e in pochissimi in terapia intensiva. Se non hai la febbre gli scanner agli aeroporti sono inutili. Se stai bene e non hai sintomi hai però meno possibilità di contagiare qualcuno. Aspettiamo i nuovi dati di oggi, sicuramente oltre alla parte sanitaria c'è una parte economica e di gestione dell'intero paese. Bisogna cercare di uniformare i protocolli di tutte le regioni affinché ci sia una tranquillità. È una situazione che evolve giorno dopo giorno. Essere positivi al tampone non vuol dire essere malati, anzi la stragrande maggioranza di quelli risultati positivi non si ammalerà e molto probabilmente, quando verrà ripetuto il tampone, si negativizzerà".

Fonte Today.it

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