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Cronaca

Largo ai giovani: dietro le quinte della rivista culturale Aeolo

All'uscita dell'ultimo numero della rivista, abbiamo intervistato il direttore editoriale Enrico Santus, tra difficoltà nel reperire finanziamenti, l'aiuto dell'Università e studenti che si dividono tra mille lavoretti

Quando nacque la rivista letteraria Aeolo, nessuno sapeva se il vento sarebbe stato favorevole. Spesso le idee dei giovani nascono velocemente e si dissolvono con la stessa facilità: a volte per poca volontà altre volte per mancanza di mezzi che le diano forma. Ma il direttore editoriale Enrico Santus è riuscito a portare avanti, e a far crescere, la sua rivista, edita da Felici Editore, ormai conosciuta non solo in ambito cittadino. Il venticinquenne di Iglesias racconta la storia di Aeolo. Parole, concetti e immagini che sono diventate inchiostro su carta.

Partendo dall'inizio: come è nata l'idea di Aeolo?
"
Mah, è nata nell'aprile 2008, dopo che avevo inviato qualche pezzo a giornali e riviste e non avevo ricevuto alcuna risposta. Ho preso il telefono e chiamato un mio amico, Valentino Chinnì, e gli ho detto: "E se fondassimo una rivista noi?". Valentino era scettico all'inizio, ma quando ha visto che facevo sul serio mi ha dato il suo appoggio. Da allora è stato facile trovare altri collaboratori, alcuni dei quali lavorano con me da quasi 4 anni.
Anche la scelta del nome è stata buffa. Nacque anche quella al telefono: Aeolo, una rivista dove venti contrari e anche opposti si incontrassero e, perché no, scontrassero. Eravamo - e lo siamo tuttora - convinti che solo attraverso la dialettica possano nascere contenuti di valore. Perciò Aeolo, col dittongo per ricordare la tradizione, e col morfema finale italiano perché è del presente che vogliamo parlare.

Ogni quanto soffia il vento? Ovvero, ogni quanto tempo viene pubblicata la rivista?
"E' un semestrale"

Quali tematiche trattate maggiormente ?
"Abbiamo parlato di centro e periferia, dell'Italia vista dall'estero, della disgregazione della forma nella cultura contemporanea, della criminalità organizzata e del Queer, la teoria che mette in discussione il concetto di "normale" e rifiuta ogni etichetta. Come vedi, sono tutte tematiche di carattere sociale, politico, culturale. Per questo abbiamo scelto di definirla Rivista letteraria e oltre...".
 
Da quante persone è composta la redazione? Ognuno si occupa di qualcosa in particolare?
"No. Chiunque abbia un contributo di valore può inoltrarlo. Poi è la redazione a decidere se pubblicarlo o meno in base alla correttezza formale, al modo in cui sono argomentate le tesi e, ahimé, agli spazi. In redazione siamo una decina, ma credo che ci abbiano finora inviato i loro contribuiti quasi un migliaio di persone".
 
Da chi siete letti maggiormente: ragazzi, studenti o un'altra fascia di lettori?
"Siamo letti principalmente da due categorie di persone diverse tra loro. Gli studenti e i quarantenni-cinquantenni. Non so perché, però c'è un gap intorno ai trent'anni che difficilmente riusciamo a colmare. A livello socioculturale, comunque, è un prodotto di nicchia, che piace principalmente a un pubblico colto, curioso e desideroso di approfondire".
 
Trovi l'ambiente di Pisa particolarmente stimolante o si è mostrata una città ostile e diffidente nei confronti della tua idea?
"Assolutamente stimolante. Vengo da una città dove ogni cosa sembra impossibile: un ragazzo nasce e cresce pensando che tutto ciò che succede nel mondo sia prodotto da macchine inaccessibili, posizionate chissà dove. Quando sono venuto a Pisa ho scoperto invece che il mondo lo puoi costruire anche tu. Anzi, lo puoi addirittura cambiare, che è meglio".
 
Avete ricevuto dei finanziamenti dall'Università di Pisa?
"Sì, l'Università ci aiuta molto. Però credo che potrebbe fare anche qualcosa in più. Non vedo in giro tante realtà come la nostra. Ce ne sono, naturalmente, ma sono poche e si districano tra tutti i problemi economici e burocratici del caso".
 
Rimanendo nell'ambito concreto ed economico, dato che oggi pubblicare una rivista è particolarmente difficile e dispendioso, dove trovate i finanziamenti? Chi vi  aiuta maggiormente?
"Mah, è buffo. Visto che in parte ho già risposto alla domanda, sollevo un po' la polemica: in questa società si parla sempre di finanziamenti per sopravvivere e mai di lavoro. Mai di meriti, di competenze. Dentro la redazione ci sono una decina di persone che lavorano gratuitamente (spesso spendendo soldi di tasca loro) per produrre la rivista. Parlo di persone che fanno altri lavoretti per mantenersi e poi studiano, quando riescono. Ma che futuro ci può essere in un Paese che non incentiva queste iniziative? Che, al massimo, dà loro la possibilità di sopravvivere?"
 
Speri che questo tuo progetto si possa ingrandire? Avete già altre idee?
"Stiamo già lavorando ad un cambiamento radicale. Visto che molti di noi stanno per uscire dal mondo universitario, dobbiamo attrezzarci. Il 2012 sarà il momento della verità: non vi anticipo niente, ma preparatevi".

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