Cronaca

Green pass per bar e ristoranti, gli operatori: "Si rischia di disincentivare la vita sociale"

Daniela Petraglia, responsabile Confristoranti di Confcommercio, e Federico Benacquista, Fiepet Confesercenti, analizzano la possibile svolta

Argomento spinoso quello del Green pass come strumento necessario per accedere a determinati settori della vita di comunità: la possibilità dell'introduzione dello sbarramento del passaporto vaccinale all'ingresso dei luoghi di intrattenimento, svago e ricezione ha già provocato una spaccatura all'interno dell'opinione pubblica. Sulla scia della decisione presa dalla Francia (Green pass obbligatorio dal 1 agosto per moltissime attività in luogo pubblico), anche in Italia le istituzioni si stanno confrontando sull'opportunità di introdurre questa novità nella lotta alla diffusione del Coronavirus.

A Pisa i ristoratori hanno accolto la notizia con un misto di curiosità e scetticismo. "Da una parte c'è la consapevolezza che soltanto attraverso l'adesione completa alla campagna vaccinale potremo davvero uscire dall'incubo della pandemia" ammette Daniela Petraglia, responsabile Confristoranti per Confcommercio Provincia di Pisa. "Dall'altra, però, nutro anche il dubbio sull'effettiva applicabilità di questa nuova misura. Un interrogativo su tutti mi gira in testa: chi si deve occupare del controllo del Green pass all'ingresso, ad esempio, di un ristorante?".

Una domanda che trova d'accordo Federico Benacquista, responsabile per Pisa di Fiepet Confesercenti: "Come spesso accade in Italia, una volta delineata una bozza, per la definizione di tutti i contorni e l'attuazione delle misure si scarica il barile a chi sta sotto. Nel Cts e nel Governo si sta discutendo sulla possibilità di introdurre l'obbligo del Green pass per accedere ai ristoranti? Non può certamente essere compito degli esercenti controllare la veridicità di quanto dichiarato dai clienti. Andremmo incontro a un incremento delle mansioni sproporzionato, col rischio di dover rinunciare alla qualità del servizio principale, cioè la ristorazione".

Daniela Petraglia solleva un altro dubbio in merito all'obbligo del Green pass: "Si dovrebbe agire su un terreno perfettamente democratico, equiparando un bar o un ristorante a una palestra o a un cinema. Mi spiego meglio: non si possono fare distinzioni sulle diverse componenti delle attività da svolgere in luoghi pubblici: se il Green pass servirà a sedersi al tavolo di un ristorante, dovrà essere esibito anche all'ingresso dei centri sportivi, così come alla biglietteria del cinema o all'ingresso di un negozio di abbigliamento. Altrimenti si rischia di innescare il pericoloso processo della 'guerra fra poveri': gli imprenditori potrebbero schierarsi l'uno contro l'altro, sfibrati e sfiduciati dall'ennesima limitazione dannosa per alcuni".

La possibile svolta arriva, inoltre, nel bel mezzo di una timida crescita dei volumi di affari dei locali di ristorazione. "I clienti sono principalmente locali - sottolineano Benacquista e Petraglia - i turisti in larga maggioranza provengono dall'Italia. Ma in linea generale stiamo osservando un discreto movimento attorno ai ristoranti, aiutati ovviamente dalla bella stagione, che favorisce la consumazione all'aperto, dove tutti trascorriamo con maggiore relax il nostro tempo. Introducendo l'obbligo del Green pass si potrebbe disincentivare molti clienti a recarsi nei locali. Le regole basilari di comportamento all'interno della pandemia sono ormai comprese da tutti: mascherina quando necessario, distanziamento e frequente igienizzazione. Perché aggiungere un altro ostacolo?". Con l'aggravante che "con i turisti stranieri la comunicazione può essere più complessa - concludono i responsabili di Confristoranti e Fiepet Confesercenti - a chi non parla inglese come spieghiamo che per mangiare al ristorante è obbligatorio la doppia dose di vaccino, il certificato di guarigione oppure un tampone negativo refertato entro le 48 ore?".

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