Mafia in Toscana: nella maxioperazione anche sei aziende che operano in provincia

Perquisizioni e sequestri in Valdera. Si tratta di un filone secondario della maxi inchiesta della Guardia di Finanza di Prato che ha portato all'arresto di 12 persone, accusate di aver favorito 'Cosa Nostra'

Ci sono anche sei aziende operanti nel territorio provinciale di Pisa nel commercio dei pallets coinvolte, in un filone secondario dell''inchiesta, nella maxi operazione antimafia condotta dalla guardia di finanza di Prato che nella giornata di ieri, 6 febbraio, ha portato all'arresto di 12 persone - 10 siciliani e 2 pugliesi - accusate di associazione a delinquere e riciclaggio a favore di 'Cosa Nostra'.

La Guardia di Finanza pisana, che nell'operazione ha impiegato una cinquantina di uomini tra Pisa, Pontedera, San Miniato e Volterra, nella giornata di ieri ha effettuato perquisizioni e sequestri in una 15ina di immobili (tra sedi delle società, unità locali, e abitazioni degli amministratori) situati nei comuni di San Miniato, Calcinaia, Casciana Terme Lari, Santa Maria a Monte e Bientina. Di queste sei aziende due, spiegano fonti investigative, hanno solo unità locali in provincia di Pisa: una ha infatti sede legale a Prato, l'altra a Palermo. Le altre hanno invece sede legale sul territorio. Gli amministratori di 4 delle 6 aziende sono accusati di aver utilizzato false fatture emesse da altri soggetti e per questo sono stati indagati. In due casi il capo di imputazione riguarda invece anche l'associazione mafiosa. 

Finanzieri nell'azienda dell'assessore a San Miniato

Fra le imprese in cui i finanzieri sono intervenuti c'è quella dell'assessore (Pd) al bilancio e società partecipate del Comune di San Miniato Gianluca Bertini, in qualità di legale rappresentante.

"Fino a prova contraria - ha voluto commentare il commissario della Lega di San Miniato Giovanni Pasqualino - se uno non è condannato è innocente! Sicuramente non apprezzo l'operato politico-amministrativo che porta avanti, ma per leconclusioni dobbiamo aspettare la fine delle indagini, non possiamo sostituirci alla magistratura. Non abbiamo nessuna intenzione di strumentalizzare questa vicenda, rimaniamo però curiosi di sapere come intenderà agire il sindaco Simone Giglioli, se chiederà all’assessore Bertini di fare un passo indietro o se continuerà a tenerlo all’interno della Giunta col rischio di macchiarla qualora lo stesso venisse condannato".

L'inchiesta Golden Wood

Come detto l'operazione pisana riguarda un secondo filone dell'inchiesta denominata 'Golden Wood'. Come riporta FirenzeToday gli inquirenti, coordinati dal procuratore capo di Firenze Giuseppe Creazzo, ritengono di aver ricostruito un flusso illecito di denaro per circa 150 milioni di euro, di cui 39 provenienti direttamente da soggetti di Palermo legati alla mafia. Secondo le accuse, si tratta di soldi riciclati principalmente nell'economia toscana. L'associazione a delinquere avrebbe infatti immesso nel circuito economico denaro di provenienza illecita attraverso le creazione di una galassia di 33 imprese con sedi in tutta Italia, in particolare in Toscana, Sicilia e Lazio, tutte aventi per oggetto sociale il commercio dei pallets, le pedane in legno usate per il trasporto e la movimentazione di materiale.

La provenienza dalla Sicilia di parte del denaro riciclato avrebbe trovato conferma anche in molte conversazioni telefoniche intercettate e nei successivi riscontri investigativi. Il riciclaggio avrebbe riguardato anche i proventi dei reati di emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, commessi sia nell’ambito dei rapporti tra le imprese gestite dall’organizzazione che a favore di aziende ad essa estranee. Le imprese 'sane', sempre secondo le accuse, avrebbero versato tramite bonifico, alle cartiere facenti capo al gruppo criminale, il corrispettivo degli importi falsamente fatturati (per consegne di pallets mai avvenute). Corrispettivo che poi veniva restituito in contanti, decurtato del 10% a titolo di commissione. In questo modo si sarebbero garantite cospicui vantaggi fiscali

Gli arrestati, secondo le accuse, 'lavoravano' per Pietro Tagliavia, figlio di Francesco Tagliavia, già al vertice del mandamento di Brancaccio, condannato all'ergastolo per le stragi di via d'Amelio a Palermo e via dei Georgofili a Firenze. Complessivamente, gli indagati sono 60. I reati contestati sono associazione a delinquere finalizzata a riciclaggio, autoriciclaggio, emissione di fatture per operazioni inesistenti, nonché reati di intestazione fittizia di beni, contraffazione di documenti di identità e sostituzione di persona. Sequestrate anche 15 aziende, 86 conti correnti e numerose armi.

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