Buoni spesa: "No al requisito della residenza, è discriminatorio"

Associazioni pisane chiedono al Comune di modificare i criteri di assegnazione, che penalizzano bisognosi come migranti, senza fissa dimora e studenti

"La richiesta della residenza da parte del Comune di Pisa come requisito per l'accesso ai buoni spesa è un criterio discriminatorio". Lo ripetono molte associazioni, che chiedono all'amministrazione di "riprendere immediatamente in esame le domande che sono state respinte per la mancanza del requisito della residenza e dare urgentemente l'aiuto alimentare, se la richiesta rientra all'interno degli altri parametri e, contemporaneamente, di modificare subito la delibera che ne regola la concessione". Lo stesso deve avvenire "per quanto riguarda i nuovi buoni spesa che la Società della Salute si appresta ad erogare e in cui la residenza è espressamente prevista come criterio". 

Lo dicono Progetto Rebeldìa, Osservatorio sulle discriminazioni D-Scream, Africa Insieme, Articolo 34, Scuola Mondo San Giuliano e Unione Inquilini Pisa, insieme al gruppo di Diritti in Comune composto da Una città in comune, Rifondazione Comunista e Pisa Possibile. A sostegno della posizione espressa ci sono le indicazioni redatte alcuni giorni fa dall'Unar, l'Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali del Governo, insieme anche alle preoccupazioni sul tema espresse dalla Caritas di Pisa.

Nelle 'Linee guida in materia di interventi di solidarietà alimentare in esecuzione all'ordinanza n.658 del 29.03.2020 della Protezione Civile', l'Unar scrive che "il criterio della residenza, se inteso dal punto di vista strettamente anagrafico, potrebbe discriminare indistintamente sia cittadini italiani che stranieri privi di fissa dimora, sia i richiedenti asilo non iscritti all'anagrafe della maggioranza dei Comuni". Si finirebbe quindi per "escludere da un beneficio proprio quei soggetti che in questo momento più si trovano nella condizione di bisogno". Il suggerimento che Unar specifica è quindi quello di estendere i buoni spesa "anche agli stranieri privi di un titolo di soggiorno e a coloro che non sono iscritti alla anagrafe, purché domiciliati di fatto nel comune, anche temporaneamente in quanto costretti sul territorio a causa del blocco della mobilità imposto dalla emergenza Coronavirus". Per le associazioni pisane "è una semplice regola di buon senso: chi si trova sul territorio del nostro comune deve ricevere aiuto qua, dove si trova, non potendo tornare nel proprio comune di residenza".

La Caritas di Pisa ha redatto un report sulla gestione dei buoni alimentari del Governo nei comuni della Diocesi. Analizzando vari aspetti circa l'accesso al beneficio, sul punto della residenza scrive che tale criterio è "quello che rischia di essere il più escludente nei confronti di molti soggetti: è il caso di migranti e senza dimora o persone che vivono una situazione di grave marginalità, ma anche degli studenti universitari. Sette comuni, infatti, escludono in modo tassativo l'accesso ai non residenti, a prescindere dalla condizione di bisogno, e ben 13 non esprimono un orientamento al riguardo. Così le municipalità che includono espressamente i non residenti fra gli aventi diritto, purché in condizione di effettivo bisogno dovuto all’emergenza da Covid-19, sono appena 7". La formula che amplia i destinatari del beneficio usata da questi ultimi comuni, rileva la Caritas, è quella che prevede i buoni anche per "tutti quei soggetti, compresi quelli temporaneamente domiciliati nel Comune, che non riescono, in questa fase di emergenza covid-19, ad acquistare beni di prima necessità alimentare".

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