Cronaca

Ridimensionamento Camp Darby, Una città in comune-Prc: "Una buona occasione e alcuni problemi"

Nota- Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di PisaToday

La notizia della “chiusura” – seppur parziale- di Camp Darby dovrebbe rendere soddisfatti coloro che, come noi, da decenni chiedono lo smantellamento della base Usa, la cessazione delle operazioni di logistica militare sul nostro territorio, e la restituzione alla cittadinanza della vasta zona di litorale sequestrata e militarizzata fin dal secondo dopoguerra. Sono molti tuttavia i fattori che ci impediscono di provare quella legittima contentezza che dovrebbe sorgere dalla lettura di un titolo come “Camp Darby chiude.”
In primo luogo, infatti, la base americana non è affatto in chiusura, né soprattutto questo evento coincide con una conversione radicale di Usa e NATO verso politiche internazionali pacifiche e diplomatiche. E’ lo stesso comunicato dei comandi Usa a dirlo.  La riorganizzazione delle basi militari europee è tesa a “massimizzare le nostre capacità militari in Europa e rafforzare le nostre importanti partnership europee, sostenendo nel miglior modo i nostri alleati Nato e partner nella regione». Né si mette in dubbio la funzione logistica di Camp Darby, espletata attraverso il canale dei Navicelli recentemente potenziato e attraverso l’aeroporto militare pisano.
Da pacifisti convinti che solo un cambiamento profondo nelle politiche internazionale possa portare a una soluzione sostenibile dei drammatici conflitti che stiamo vivendo, abbiamo quindi ben poco da gioire. E tuttavia anche il parziale smantellamento di una base come Camp Darby porta con sè occasioni e problemi che ci riguardano direttamente come cittadini del territorio.
Questa potrebbe per esempio essere una buona occasione perché le autorità civili e militari italiane chiedano (e comunichino ai cittadini) con quali tipi d’arma stoccati e in transito e quindi con quali rischi dovremo ancora convivere a lungo. E’ poi assolutamente necessario che venga fatta chiarezza sullo stato dei terreni che verranno restituiti alle amministrazioni italiane. Senza voler prefigurare una situazione come quella che si è creata nel 1992 nelle Filippine, quando dopo lo sgombero delle basi americane sono stati rilevati livelli di inquinamento tali da danneggiare seriamente la salute della popolazione locale, sarebbe bello, per noi cittadini, sapere qualcosa di come per decenni sono stati trattati nella base rifiuti, solventi, prodotti chimici ed eventuali materiali radioattivi. Non vorremmo, dopo aver salutato i militari americani, scoprire che questo territorio per esempio necessita di bonifiche costose che magari verranno fatte a nostre spese.
Si è già cominciato a parlare anche di quale possa essere la destinazione del pezzo di Camp Darby “liberato”. Noi vogliamo ricordare in primo luogo che quello spazio è geograficamente e di diritto spazio del Parco, e che quindi ogni ipotesi di cementificazione e speculazione edilizia è da mettere al bando fin dal principio. Così come riteniamo inaccettabile che si approfitti di questa occorrenza per resuscitare l’inutile e dispendioso “Piano caserme”, e rimilitarizzare il territorio, questa volta con caserme italiane. Ricordiamo che già nel 2007 la precedente giunta Fontanelli aveva votato un atto di indirizzo con cui si impegnava “"Ad intraprendere ogni azione politica per raggiungere l'obiettivo dello smantellamento della base di Camp Darby e della riconversione di quella parte di territorio ad usi esclusivamente civili.” Una zona preziosa come quella che verrà messa a disposizione dal ridimensionamento di Camp Darby può e deve essere utilizzata per un uso economico intelligente ed ecologicamente compatibile, anche nell’ottica di una compensazione dei posto di lavoro persi con la riduzione dei servizi della base.
 

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