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Cronaca

Souvenir con la Torre: la Chiesa replica a Vittorio Sgarbi

Sgarbi aveva definito l'altare di Vangi nel Duomo più osceno delle mutande, secca la risposta della Chiesa. E intanto anche Enrico Rossi risponde al vicesindaco fiorentino Nardella

Non sono solo le mutande con la Torre usata come simbolo fallico a non far dormire sonni tranquilli alla Chiesa pisana. Ci si è messo anche il critico d'arte Vittorio Sgarbi a gettare benzina sul fuoco definendo "l'altare e l'ambone di Vangi collocati nel Duomo da monsignor Plotti più osceni delle mutande stesse".

"Libero di pensarla come vuole - risponde la curia con una nota dell'ufficio Comunicazioni Sociali - ma evidentemente sembra che a lui piacciano di più questi oggetti hard che gli altari". Poi l'affondo: "La Torre - sottolinea la curia - è un campanile prima ancora che un monumento e gli indumenti intimi che la raffigurano in quel modo sono osceni e di pessimo gusto, per questo la Chiesa pisana è intervenuta per richiamare al buon gusto, al rispetto della città e del luogo". "Il presbiterio della cattedrale - conclude la nota arcivescovile - in armonia con le leggi canoniche è stato realizzato da un artista di chiara fama (Giuliano Vangi, ndr) con il rispetto di tutte le norme di legge. L'illustre critico vorrà concedere alla Chiesa la competenza per quanto riguarda il culto liturgico nei luoghi propri?".

E dopo queste parole al veleno della Curia pisana, interviene sulla questione anche il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi. Ieri infatti erano scattate le prime multe a Pisa per vietare la vendita dei caratteristici souvenir. Il vicesindaco del capoluogo toscano Dario Nardella aveva chiesto un intervento della stessa Regione per ostacolare il commercio dei souvenir kitsch che sfruttano immagini come quelle del David di Michelangelo e della Torre di Pisa.

"Viene spontaneo replicare all'amico e compagno Nardella - scrive Rossi sulla sua pagina Facebook - che chiede alla Regione di battere un colpo al fine di individuare le modalità di limitazione di alcuni prodotti in vendita sulle bancarelle. Intanto le leggi regionali ci sono già. Basta leggerle per scoprire che la nostra legge n. 28 del 2005, all'art.98, comma 3, dice che i comuni possono introdurre, nei mercati, limitazioni alla vendita di particolari prodotti. Il Comune, se vuole, ha quindi tutti gli strumenti per agire".

"Se invece - conclude Rossi - si deve fare altro ancora, siamo ben contenti di ricevere proposte e suggerimenti". (fonte Ansa)
 

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