Coronavirus e plasmaterapia: polemica su Pisa capofila della sperimentazione

De Donno dell'ospedale di Mantova attacca Pisa: "Non sa neanche cos'è il Coronavirus". La replica dell'Aoup: "Scelta basata su criteri qualitativi"

E’ rammaricata Silvia Briani, direttore generale dell’Aoup, per le recenti dichiarazioni del professor Giuseppe De Donno (direttore di pneumologia e terapia intensiva respiratoria dell'ospedale Carlo Poma di Mantova) sulla plasmaterapia per la cura del Covid-19, espresse dopo la decisione di Iss e Aifa di proporre il protocollo messo a punto a Pisa come studio capofila, insieme al San Matteo di Pavia, della sperimentazione nazionale. Una scelta criticata da De Donno, che insieme ai colleghi dello stesso San Matteo di Pavia, ha sperimentato un protocollo al plasma iperimmune contro il Coronavirus, arruolando decine di pazienti.  "Pisa non sa neanche cos’è il coronavirus" ha detto De Donno che poi bollato la decisione di Iss e Aifa come una scelta di natura politica.

"Anche se posso comprendere il suo punto di vista - ha dichiarato la dottoressa Briani - dopo mesi di stress e fatica per combattere il Coronavirus, non trovo tuttavia corretto liquidare con battute poco felici il fatto che Pisa e la Toscana, per fortuna, abbiano registrato un numero di contagi molto inferiore alla Lombardia. Trovo quindi fuori luogo affermare che ‘Pisa non sa neanche cos’è il Coronavirus’ dal momento che il Covid-19 purtroppo lo conosciamo, lo studiamo e lo combattiamo come in tutti gli ospedali del mondo. Aggiungerei anzi che la guerra contro questa pandemia si vince solo lavorando in sinergia. E la comunità scientifica internazionale, che lavora in open source, deve essere il nostro faro, perché da soli non si va da nessuna parte".

"Quanto invece alle ragioni del disappunto del professor De Donno - prosegue Briani - vorrei sottolineare che ancor prima dell’Iss e dell’Aifa, il protocollo di studio toscano messo a punto a Pisa aveva già raccolto l’adesione di 4 regioni (Lazio, Marche, Umbria e Campania) e ora anche della Liguria, con in più l’Ispettorato di Sanità militare, oltre ad aver registrato il consenso di tutte le associazioni dei donatori e del Centro nazionale sangue. Questo per dire che il protocollo dello studio multicentrico randomizzato, risultato della sinergia fra gli ospedali e la rete toscana dei centri trasfusionali per la cura del Covid-19, è ben strutturato ed è stato scelto evidentemente secondo criteri qualitativi più che quantitativi, pur non avendo ancora arruolato il numero di pazienti già trattati a Mantova e Pavia. Tuttavia, proprio perché da soli non si va da nessuna parte, fra i principali investigators c’è anche il San Matteo di Pavia insieme a Pisa".

La Briani invita quindi "a smorzare le polemiche che, in questa fase, non hanno alcun senso, esortare a mettere da parte campanilismi di sorta e invece ringraziare tutti gli operatori sanitari di tutt’Italia che hanno dato il massimo in questi mesi così difficili e il cui contributo, ora più che mai, sarà decisivo per ripartire con le attività ordinarie, mantenendo altissima la guardia affinché la curva dei contagi non si rialzi e si possa presto tornare alla normalità".

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