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Produce falsi per anni per registrare trasferte inesistenti e ottenere indennità: ufficiale giudiziario in carcere

Le manette sono scattate la mattina di giovedì presso l'ufficio Unep di Pisa

Metodicità e costanza nel produrre falsi, a danno dell'Erario, tali da essere diventate parte integrante del suo modo di lavorare. Sembrano dire questo le risultanze dell'indagine che ha portato stamani, 15 aprile, all'arresto di un funzionario del Ministero della Giustizia presso l'Unep di Pisa di via Nenni. Il ruolo svolto dall'uomo all'Ufficio Notificazioni Esecuzioni e Protesti è quello di ufficiale giudiziario: i suoi compiti erano quelli di svolgere o notificare presso i destinatari di provvedimenti, come ad esempio sfratti o pignoramenti, misure ed accertamenti per far prosegure le pratiche in corso. L'indagato avrebbe prodotto centinaia e centinaia di documenti falsi attestanti trasferte mai avvenute per intascare le relative indennità.

Le accuse, nel complesso, sono: truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato, falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atto pubblico e sostituzione di persona. Il giudice ha accolto la richiesta della Procura di Pisa della custodia cautelare in carcere, misura stringente evidentemente considerando l'organizzazione del lavoro nel periodo pandemico, con lo smart working. Può essere stata così considerata l'eventualità di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove. L'indagine è stata diretta dal vicequestore aggiunto Fabrizio Valerio Nocita e coordinata dalla sostituto procuratore Miriam Pamela Romano. A riferire i dettagli sul caso è stato il procuratore capo Alessandro Crini, nell'annunciata conferenza stampa

L'indagine è partita dall'ottobre 2020, quando in particolare due colleghi hanno formalizzato presso il Tribunale di Pisa una segnalazione in merito ad alcuni fascicoli in cui le indennità per le attività risultavano troppo elevate per le operazioni svolte. Le investigazioni sono ancora in corso: gli inquirenti, al momento, hanno visionato circa 6mila procedure, riscontrando in oltre 2mila casi i profili delle irregolarità denunciate. Per definire il numero di trasferte fasulle sono stati ascoltati numerosi testimoni. L'utilità illecita ottenuta dall'indagato sarebbe di circa 26mila euro, con un danno per l'Erario di almeno il doppio, considerato il funzionamento delle attribuzioni delle indennità all'ufficio e, in via di valutazione di produttività, all'impiegato. Secondo gli inquirenti la truffa andava avanti da anni, al momento le pratiche più vecchie sospette risalgono al 2014.

Ma come funziona il meccanismo illecito ipotizzato dall'accusa? Semplice: l'ufficiale, all'interno di una pratica (sempre di natura civile), inseriva documentazione falsa da lui redatta circa una sua trasferta eseguita; tale attività veniva registrata sul sistema informatico centrale per l'attribuzione dell'indennità, in mezzo quindi agli altri incartamenti regolari. Poi, a procedura conclusa, quando gli avvocati andavano a ritirare il fascicolo, il funzionario faceva sparire i propri falsi. L'unica cosa che rimaneva 'attiva' era così il conteggio interno al Ministero e la relativa attribuzione degli emolumenti. 

Il procuratore capo Crini ha commentato: "Il caso ci ha preoccupato molto e lo abbiamo affrontato in modo molto spedito, sia perché era una situazione in essere, sia perché legata ad un contesto giudiziario. In sostanza, l'ufficio notifiche è un pezzo importante del Tribunale. La gravità è data, a mio avviso, più che dal valore in euro, dalla costanza del comportamento. Considerato l'arco temporale ed il numero di fascicoli attenzionati, è come se avesse reiterato il reato ogni giorno in cui lavorava. E si è anche adattato alla pandemia: con la previsione degli appuntamenti solo per telefonata, abbiamo riscontri circa il fatto che l'indagato, tramite una propria utenza telefonica, telefonasse all'ufficio per prenotare un intervento dell'ufficiale giudiziario, così poi da poterlo contabilizzare illecitamente". In questo senso, dalle verifiche sui tabulati telefonici, risulterebbero numerose telefonate fatte proprio in coincidenza con delle richieste di prenotazione di accessi da parte di avvocati titolari di alcuni suoi fascicoli. Gli avvocati, in realtà non hanno mai chiamato: era l'indagato a farlo, fingendosi uno di loro, per chiedere attività su sue pratiche seguite, dandosi di fatto l'incarico da solo. 

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