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Magnaghi e i Territorialisti Toscani: "Dì x Di'= D42. Un’enorme opportunità per il governo locale"

Nota- Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di PisaToday

In cammino verso la costruzione di una città come ‘bene comune’.

L’ex caserma Curtatone e Montanara nel quartiere di San Martino a Pisa, dismessa a partire dal 1997, è al centro, in questi giorni, di un importante dibattito locale, il quale si colloca, a sua volta, all’interno di un più generale dibattito in corso a livello nazionale inerente i processi di riconversione dei beni demaniali. La Caserma è stata infatti sede di una esperienza di occupazione, poi sgomberata, da parte di un gruppo di attivisti locali che, volendola sottrarre ad un programma di riconversione residenziale e cessione a privati proposto dal Comune, ne hanno tentato un progetto autogestito al fine di salvaguardare una fruizione pubblica del complesso.

Tale vicenda solleva alcune tematiche di sostanziale importanza nel cammino verso la costruzione di una città come ‘bene comune’, quali: favorire un rapporto di coevoluzione e di cura tra insediamento umano ed ambiente, ritrovare gli equilibri ecosistemici che legavano la città con la propria base ambientale che permetta di chiudere i cicli vitali (dell’acqua del cibo, dell’energia, dei rifiuti) e di produrre nuovo territorio; riportare le dimensioni urbane ad essere compatibili sia con la soddisfazione di questi cicli vitali, sia con relazioni sociali di prossimità, partecipazione e autogoverno; salvaguardare le città evitando che si producano aree di abbandono anche attraverso regole di “ricostruzione”, il recupero dei saperi edilizi e urbanistici, il ripristino di regole dell’abitare, sottraendole a processi speculativi e di privatizzazione. Giocano un ruolo non secondario nel raggiungimento di tali obiettivi i processi e le pratiche di riappropriazione, di costruzione, autocostruzione e autorganizzazione degli abitanti; la sperimentazione di modelli inclusivi ed efficaci di partecipazione alla progettazione, alla pianificazione e alla definizione di politiche pubbliche; l’uso di strumenti interattivi e di facilitazione; la sperimentazione di reti e di economie alternative e di prossimità, così come la produzione di qualità estetiche, relative anche ai processi integrati e partecipati dell’arte pubblica. Tuttavia, attualmente, la costruzione della città contemporanea si sviluppa secondo tempi, logiche e modalità che, se non raramente e marginalmente, sono fuori dal campo di influenza dell’azione diretta dei suoi abitanti. Questa tendenza, affermatasi con lo sviluppo della città moderna, si è andata progressivamente a consolidare nella città contemporanea, raggiungendo le sue massime espressioni nello sviluppo dei processi edilizi industrializzati e specializzati e nella costruzione dei sistemi infrastrutturali e delle grandi opere, che, sempre più spesso, vengono distese su territori e culture, nonostante importanti energie contrarie si mobilitino a riguardo. Questo modo diffuso e ordinario ‘di fare città e territorio’ ha portato ad un progressivo impoverimento dell’atto dell’abitare da parte degli abitanti, anche se, tuttavia, non è riuscito a svilire completamente la loro capacità progettuale, che continua ad esplicarsi non tanto nel processo costruttivo degli spazi fisici, ma nel continuo loro adattamento, attrezzamento e appropriazione, al fine di trasformarli in ‘luoghi abitabili’, ‘contesti di vita’, siano essi una casa, un teatro, un negozio, un orto, un brano interstiziale di verde, un’area di rispetto lungo la ferrovia, una vecchia fabbrica abbandonata. La città contemporanea, da questa angolazione, può essere vista come sede privilegiata di nuove pratiche sociali d’uso ‘resistente’ dello spazio, che, ognuna con la propria razionalità, stanno operando processi di ristrutturazione delle forme tradizionali dell’urbanizzazione, producendo veri e propri paesaggi contemporanei. L’esperienza «di x di= d42 riformula pisa. moltiplica lo spazio comune» rappresenta un’enorme opportunità per il governo locale della città e cioè quella di farsi interprete di nuove forme di politica e di abbracciare nuove modalità di socialità e di cura dei beni comuni territoriali. L’incontro dialettico tra i due modi di fare città, quella informale del Municipio dei beni comuni e quella istituzionale del governo locale, può diventare il cuore di una nuova politica, dagli esiti non prevedibili, ma con la speranza di un agire comune: per costruire una nuova città in cui possa convergere, in un’azione creativa, ogni diversità strutturata verso la difesa del «territorio come bene comune». E’ un incontro difficile che presuppone la contrapposizione ad una forma di intervento sul territorio etero-diretta rispetto al corpo multi-verso e colorato dei soggetti, ad una forma di governo delle trasformazioni – sociali, fisiche e politiche – del territorio, gestita sulla base dei principi di un governo pluralista, consapevole della complessità degli aspetti che si intrecciano nella gestione di una città. Compito tanto impellente e necessario, quanto complesso, in quanto presuppone un radicale ribaltamento nel trattare le politiche locali e territoriali in un’ottica di assunzione delle pratiche informali e dal basso come risorse e gli abitanti come attori protagonisti del ridisegno della buona città. Il governo della città è di fronte, cioè, ad una prova assai complessa: provare a costruire lo spazio ed il tempo di una comunicazione nuova, come condizione per ridare senso al bisogno dell’urbano. Compito difficile, appunto, ma necessario e impellente, a cui speriamo che il governo della città sappia rispondere con lungimiranza e coraggio.

SdT Nodo toscano

Sottoscritto dal Presidente nazionale Alberto Magnaghi

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