Il calcio italiano vittima della chimerica rincorsa al 'rischio zero'

Ritiro di quattro settimane, quarantena obbligatoria di 14 giorni in caso di positività di un tesserato, responsabilità scaricata sui medici sociali: con queste limitazioni il Governo e il Comitato tecnico-scientifico aiutano il calcio italiano?

"Tutti auspichiamo che il calcio, e lo sport in generale, possa ripartire in Italia": con queste parole pochi giorni fa il ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, ha presentato il protocollo sanitario stilato dagli esperti del Comitato tecnico scientifico e consegnato alla Figc per l'approvazione e l'attuazione. Il 18 maggio teoricamente dovrebbero riprendere gli allenamenti collettivi delle società professionistiche, ma nella pratica soltanto i club di Serie A si stanno attrezzando a tornare a lavorare con tutto il gruppo al completo. Le condizioni imposte dal Cts infatti appaiono come 'regole capestro' per le società, costrette anche ad assumersi la responsabilità delle condizioni dei propri tesserati dichiarate alle istituzioni.

La condizione che più di tutte ha provocato l'alzata di scudi delle squadre, però, non è tanto la responsabilità delle dichiarazioni sulla salute, quanto l'obbligatorietà di una quarantena di 14 giorni per l'intero gruppo (calciatori e staff) in caso di positività di una persona. In aggiunta a ciò, dall'inizio degli allenamenti di gruppo dovrà essere osservato un ritiro blindato per due settimane, seguito da un'altra 'clausura' di altre due settimane prima della ripresa del campionato. Squadra e staff quindi sarebbero obbligati ad un maxi-ritiro di un mese con l'incognita del ritorno in campo per gare ufficiali: se nel mentre, infatti, il dato dei contagi a livello nazionale dovesse risalire, i campionati non ripartiranno.

Ecco perché le dichiarazioni del ministro Spadafora suonano quanto meno stridenti in confronto all'applicabilità delle misure indicate. Bloccare con una quarantena di 14 giorni la squadra in cui si dovesse riscontrare una nuova positività equivarrebbe, di fatto, a porre la parola fine al campionato. Si presume infatti che anche la formazione avversaria incrociata nei giorni precedenti, per sicurezza, dovrebbe chiudersi in quarantena e testare a tappeto i propri tesserati. Traspare dal ministro Spadafora e dal Comitato una insistente rincorsa all'obiettivo del 'rischio zero' che, probabilmente fino all'arrivo del vaccino (a patto che il virus non muti nuovamente e torni aggressivo come qualche settimana fa), rischia di diventare una chimera irraggiungibile.

Con l'avvio della 'fase 2' dalle istituzioni è giunto il messaggio che "con il virus dovremo imparare a convivere, con la consapevolezza che difficilmente scomparirà da solo e altrettanto difficilmente potremo avere un 'rischio zero' riguardo a nuovi contagi". Perché allora volersi ostinare, nell'ambito strettamente inerente al calcio, a imporre questo chimerico obiettivo del 'rischio zero'? I calciatori sono lavoratori professionisti al pari degli altri italiani che dal 4 maggio sono tornati in ufficio o alla catena di montaggio o nei cantieri? Oppure, quando torna più comodo (come sembrerebbe dalle linee guida stilate dal Cts), sono semplicemente dei privilegiati? Un operaio di una qualsiasi fabbrica italiana come può non sentirsi meno importante di fronte alle condizioni lavorative proposte per i calciatori? Perché, nel caso di positività, un sito industriale non viene bloccato per quattordici giorni ma uno spogliatoio sì?

L'impressione è che, nell'incapacità di prendere una decisione definitiva per un movimento che porta nelle proprie casse circa 1.2 miliardi di euro in contributi ogni anno, lo Stato voglia spingere le autorità calcistiche ad assumersi la responsabilità di chiudere definitivamente la stagione. Come a dire: "Noi ci abbiamo provato a dirvi come fare. Siete voi che non avete voluto e quindi vi prendete in carico tutte le conseguenze". A differenza dell'Italia, in Francia, Paesi Bassi e Belgio i rispettivi governi hanno preso in prima persona la decisione di chiudere anticipatamente le stagioni sportive. In Germania, Inghilterra e Spagna (per citare soltanto i paesi nei quali il calcio, per volume di affari, importanza economica e sociale è paragonabile all'Italia), esistono date certe del ritorno in campo del campionato.

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Il pericolo della rincorsa al 'rischio zero' è che anche a settembre, ottobre o quando si deciderà di avviare la nuova stagione sportiva, non ci saranno le condizioni minime di sicurezza. La conseguenza più disastrosa, ma anche più plausibile, a questa scelta scellerata, sarebbe l'estromissione dell'Italia dalle competizioni internazionali sia per club che per nazionali, con la perdita di tutti i fondi comunitari, della Uefa e della Fifa. Un declassamento tragico per una delle industrie più importanti del Paese. In tutto questo rimpallo di responsabilità e (in)decisioni nelle istituzioni, il Pisa rimane alla finestra. I calciatori all'inizio della prossima settimana dovrebbero tornare in città e avviare i controlli sierologici. In attesa di qualche schiarita che consenta di comprendere meglio se e come avviare gli allenamenti di gruppo: nel caso in cui la Serie A dovesse tornare in campo, la B potrebbe seguirla a distanza di un paio di settimane, con la possibilità di terminare le dieci giornate rimanenti tra luglio e fine agosto.

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